🏳️‍🌈 Per un ambulatorio trans* a Reggio Emilia

🏳️‍🌈 Abbiamo approvato in Consiglio Comunale a Reggio Emilia la mozione sull’emergenza farmaci per le persone trans* e per la creazione di un punto d’accesso sanitario specializzato per la salute delle persone in transizione da un genere all’altro a Reggio Emilia.

L’Emilia Romagna è la regione più popolata da persone Trans e ad oggi esiste un solo punto d’accesso per visite endocrinologiche, psicologiche e chirurgiche, a Bologna, che deve sopperire a tutte le richieste della nostra Regione.

Con le restrizioni di spostamento da un Comune all’altro e le attività ambulatoriali sospese, dovuto al Coronavirus, molte persone hanno riscontrato enormi difficoltà nel reperire i piani terapeutici per i farmaci, che ricordo essere farmaci salva vita, oltre che a eseguire le visite programmate che consentono l’accesso agli stessi.

Considerate che una persona a inizio transizione mediamente deve spostarsi a Bologna una volta alla settimana e non sempre parliamo di giovani, automuniti o con un supporto familiare alle spalle. Pensiamo a chi abita nella nostra montagna o nella bassa reggiana che difficoltà può avere, se non automunito, a raggiungere il centro medico di Bologna.

✊ Reggio Emilia ancora una volta è in prima fila nella lotta alle diseguaglianze e si prende l’impegno di lavorare per la salute di centinaia di cittadini e cittadine del nostra Provincia.
(Lega e Forza Italia non hanno partecipato al voto)

In Italia, per le persone trans*, il percorso che porta alla transizione è lungo, lento e decisamente a ostacoli.

Praticamente immutata dal 1982, la norma che la regola è la legge 164 «Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso». Una legge che, fino a una sentenza spartiacque della Cassazione del Luglio 2015, è stata seguita pedissequamente e molto, molto rigidamente considerando l’adeguamento chirurgico dei caratteri sessuali primari la conditio sine qua non per l’adeguamento dei dati anagrafici. 

Alla nascita siamo maschi, femmine, o intersessuali. Subito veniamo collocati nei due generi universalmente riconosciuti come maschio e femmina e come l’uno o l’altro veniamo registrati all’anagrafe. Veniamo cresciuti come maschi, o femmine, e come tali ci riconosciamo. È un’estrema semplificazione, ma efficace. Può accadere, tuttavia di non riconoscersi nel proprio sesso biologico: è quello che il Dsm – ovvero il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali- definisce dal 2018 come incongruenza di genere, specificando che si tratta di una condizione, non un disturbo.

Cosa vuol dire? Sempre semplificando, vuol dire non riconoscersi con il genere che ci è stato assegnato alla nascita e non riconoscersi nei nostri caratteri sessuali primari o secondari. Da qui la volontà e il desiderio di far coincidere il proprio aspetto e il proprio fisico con la percezione che abbiamo di noi stessi.

In Italia si stima che le persone transgender siano tra lo 0,4% e il 1,3% della popolazione. Almeno 400mila persone in Italia per l’Istituto Superiore di Sanità sono transgender.

Il primo passo per una persona trans*  Ã¨ rivolgersi a una struttura pubblica che possa guidarla a muovere i primi passi in questo percorso: l’Ausl. L’azienda sanitaria, una volta accettata la richiesta del paziente, provvederà a fissare una serie di colloqui psicologici. In questa fase – che dura solitamente intorno ai sei mesi – l’accertamento della diagnosi e della conseguente perizia psichiatrica non è obbligatoria.

 Una volta ottenuto il nullaosta dagli psicologi della struttura o del consultorio il passaggio successivo è quello endocrinologico. Ovviamente la prescrizione del trattamento ormonale non è standard, ma personalizzato da paziente a paziente. L’assunzione di ormoni proseguirà anche dopo l’eventuale riassegnazione chirurgica del sesso.

Una volta assegnate le terapie ormonali ogni storia è a sé, i percorsi di transizione medicalizzati non prevedono criteri standard, e molto dipenderà dalla volontà della persona di scegliere quali sono eventualmente gli interventi che la avvicinano al proprio benessere. Non è detto che si affronti necessariamente una fase chirurgica, anche se questa possibilità esiste per gli uomini trans FtM (female to male, ovvero da femmina a maschio) che ricorrono alla mastectomia, ovvero la rimozione del seno. Per una donna trans MtF (male to female, ovvero da maschio a femmina), invece, gli interventi sono spesso di tipo estetico, ma anche di adeguamento dei caratteri sessuali secondari: pensiamo alla rimozione del pomo di Adamo, al restringimento delle corde vocali o alla rimozione laser di barba e peli sul corpo. In alcuni casi, come quello della mastectomia è necessaria l’autorizzazione del giudice: ricordiamo che in Italia la rimozione di organi senza che vi sia pericolo per l’incolumità del paziente è illegale. Anche per accedere alla riattribuzione dei genitali è necessaria l’autorizzazione del giudice: come accennato in precedenza prima della sentenza del luglio 2015 della Cassazione l’operazione era considerata necessaria per poter modificare la propria anagrafica e i documenti.

Dopo la sentenza della Cassazione, appunto, l’intervento di riassegnazione chirurgica non è più necessaria od obbligatoria, anche se il riconoscimento della nuova anagrafica è a discrezione del giudice. In questa fase è imprescindibile la perizia psichiatrica –non a carico del Ssn, ma del richiedente- che accerti la diagnosi di Dig. Spesso viene richiesta anche la presentazione di una perizia endocrinologica, anche questa a carico del richiedente. Il giudice può a sua volta disporre una consulenza tecnica di ufficio per coadiuvare la decisione. Questa è la fase più lunga, che difficilmente dura meno di un anno e mezzo e sicuramente la fase più farraginosa.

Questo è solo l’iter pubblico: lungo e subordinato alla discrezionalità di un giudice. Per questo, e per molti altri motivi, la pratica di eseguire interventi e trattamenti ormonali all’estero è ancora molto diffusa.

💊 Non migliore è la situazione per i farmaci

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) non ha garantito negli ultimi anni, né tuttora garantisce, un’uniforme distribuzione a livello nazionale dei farmaci indispensabili alla Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS) e ciò a tal punto che si è progressivamente sprofondati in una situazione di vera e propria irreperibilità degli stessi (in particolare, dei farmaci a base di testosterone).

Tale inadeguatezza è sfociata, pertanto, in una vera e propria situazione emergenziale: sono migliaia, infatti, le persone transgender che, in ottemperanza alla sterilizzazione dei propri organi riproduttivi quale conditio sine qua non fino all’anno 2015 per la rettifica dei documenti anagrafici, sono state improvvisamente private della consequenziale e necessaria terapia di prima necessità.

Ulteriormente, l’utilizzo off-label dei farmaci di cui si discute, ha diretto AIFA a un loro declassamento in fascia C: il che sembra preannunciare ulteriori ed eventuali esiti, come la possibilità di una loro improvvisa quanto arbitrale dismissione da parte delle case farmaceutiche produttrici.
Una possibilità, questa, che rende aleatorio e di giorno in giorno sempre più incerto l’esercizio di un diritto sancito nella nostra Costituzione di maniera tutt’altro che condizionata.

Il predetto declassamento, con il venir meno di ogni forma di gratuità nazionale precedentemente garantita, comporta altresì un’inevitabile impossibilità economica di usufruire della terapia per una categoria di persone che, diffusamente stigmatizzata a livello sociale e discriminata nell’accesso al mondo del lavoro, sovente sperimenta condizioni di povertà relativa e, talvolta, assoluta (recentissimo è il declassamento operato per il Progynova a base di estrogeni, ora a totale carico dell’utente con un rincaro del 300 %).

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) non ha garantito negli ultimi anni, né tuttora garantisce, un’uniforme distribuzione a livello nazionale dei farmaci indispensabili alla Terapia Ormonale Sostitutiva (TOS) e ciò a tal punto che si è progressivamente sprofondati in una situazione di vera e propria irreperibilità degli stessi (in particolare, dei farmaci a base di testosterone).

Tale inadeguatezza è sfociata, pertanto, in una vera e propria situazione emergenziale: sono migliaia, infatti, le persone transgender che, in ottemperanza alla sterilizzazione dei propri organi riproduttivi quale conditio sine qua non fino all’anno 2015 per la rettifica dei documenti anagrafici, sono state improvvisamente private della consequenziale e necessaria terapia di prima necessità.

Ulteriormente, l’utilizzo off-label dei farmaci di cui si discute, ha diretto AIFA a un loro declassamento in fascia C: il che sembra preannunciare ulteriori ed eventuali esiti, come la possibilità di una loro improvvisa quanto arbitrale dismissione da parte delle case farmaceutiche produttrici.
Una possibilità, questa, che rende aleatorio e di giorno in giorno sempre più incerto l’esercizio di un diritto sancito nella nostra Costituzione di maniera tutt’altro che condizionata.

Il predetto declassamento, con il venir meno di ogni forma di gratuità nazionale precedentemente garantita, comporta altresì un’inevitabile impossibilità economica di usufruire della terapia per una categoria di persone che, diffusamente stigmatizzata a livello sociale e discriminata nell’accesso al mondo del lavoro, sovente sperimenta condizioni di povertà relativa e, talvolta, assoluta (recentissimo è il declassamento operato per il Progynova a base di estrogeni, ora a totale carico dell’utente con un rincaro del 300 %).

Attualmente il farmaco più utilizzato dalle persone FtM è il Nebid, costa all’incirca 180euro a fiala e in media ne servono almeno 3 all’anno, per un totale di quasi 600euro di spesa che in gran parte delle regioni in Italia non è rimborsato, poichè non previsto come utilizzato dalle persone transgender, le quali di fatto per lo Stato nell’accesso a farmaci e terapie non esistono e debbono accedervi come maschi ipogonadici o donne in menopausa.

Come recita la nostra costituzione all’art. 32 “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” noi riteniamo fondamentale che anche la nostra città si munisca di un punto d’accesso sanitario, con personale competente e formato per la salute delle persone Transgender che permetta ai nostri concittadini di fare spostamenti minimi, anche vista l’emergenza sanitaria, con tempi di attesa per gli appuntamenti idonei.

Con questa mozione approvata vogliamo andare a impegnare il Sindaco e la giunta nel predisporre un tavolo di coordinamento con le realtà locali che si occupano della salute a Reggio Emilia coinvolgendo anche AUSL e Farmacia Comunali Riunite con l’obiettivo di creare un punto di accesso sanitario per le persone Transgender e valutare la possibilità di riconoscere alle stesse i farmaci in sicurezza e a un prezzo equo.

Chiediamo inoltre che questa mozione venga inviata alla Regione Emilia Romagna, alla commissione regionale del farmaco, alla commissione salute della camera dei deputati e Senato della repubblica ed infine al ministro della salute Speranza.

Auspico che questo documento possa far riflettere molti di noi sull’essere una comunità cittadina variegata dove oggi finalmente le minoranze prendono voce e richiedono senza timore nè vergogna la tutela per la propria salute oltre che per la propria esistenza.

A Reggio Emilia è presente il gruppo Trans di Arcigay

Ogni due lunedì al mese al Circolo Arci Gardenia si ritrova il gruppo Trans di Reggio Emilia. Gli incontri sono momenti durante i quali si affrontano tematiche inerenti la transizione e la disforia di genere, gli stereotipi del binarismo sociale e le relative ripercussioni di questi nella vita delle persone Trans*.

Ascoltando le esperienze altrui e condividendo le proprie in un ambiente sicuro e protetto è più facile acquisire una maggiore consapevolezza di sé.