Il PCI nel PD

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A Reggio Emilia nel 1993 il PDS aveva 171 sezioni e 30.000 iscritti, nel 2003 i DS avevano 149 unità di base e 20.000 iscritti, nel 2013 il PD ha 55 circoli e 9000 iscritti.

Non saremo più un partito di massa “come una volta”, è inevitabile perché sono cambiati i metodi di approccio alla politica e alla vita associativa. Chiudersi nel conservatorismo e nel ricordo dei bei tempi non è per nulla produttivo. Non diventeremo mai un partito liquido o elettorale, è fuori dal nostro DNA. Saremo un ottimo partito di territorio se rivediamo e snelliamo la complessa burocrazia e la marchiante autoreferenzialità esistente ancora oggi al nostro interno. Se non togliamo le resistenze tutte interne e ci mettiamo in discussione, cambiando persone e modi, rimarremo una ex macchina di tradizione PCI con il correntismo DC e non mi sembra una gran cosa.

Ora il Partito Democratico è un ibrido, a metà tra un partito di massa frutto della tradizione PCI-PDS e un qualcosa di non ben definito. E’ innegabile che una svolta è necessaria pena l’estinguersi del Partito stesso. Oltre il 50% dei nostri tesserati sono over 65. Non dobbiamo intendere l’organizzazione come un costo ma come una risorsa, dobbiamo rivedere la nostra struttura interna semplificandola, rendendola veramente utile e in condizione di agire. Gli apparati burocratici classici sono un freno all’innovazione. Più che costruire apparati pervasivi dovremmo realizzare strutture leggere e intermittenti. Questo, però, non vuol dire che questo tipo di partito sia del tutto disinteressato agli iscritti. Spendiamo il tempo per offrire opportunità di partecipazione interna più democratiche (primarie, referendum, assemblee aperte, processi partecipati). Semmai dovremmo essere meno interessati ai “militanti attivi in modo sbagliato”, quelli cioè che creano i famosi centri di potere che inquinano e fermano l’azione collettiva o che sfruttano il partito per i propri desideri personali.

Guardiamoci attorno e siamo realisti, non siamo più un partito di massa e non torneremo mai più a essere il PCI, sarebbe antistorico e controproducente. Ma non accetteremo mai di diventare un partito liquido utile solo per le competizioni elettorali. Ci vorrà del tempo ma serve un partito rinnovato, saldamente radicato nel territorio, animato da partecipazione e dal volontariato, e non solo strumento di selezione degli incarichi pubblici ma anche sfidante del pubblico attraverso l’elaborazione.

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