La mafia a Reggio Emilia

Tempo di lettura 6 minuti

indici mafiosi

Oggi in comune c’è stato un incontro molto interessante della commissione sviluppo economico e legalità, anche se non faccio parte di questo gruppo di lavoro ho voluto partecipare all’incontro con l’ Osservatorio sulla Criminalità Organizzata dell’Università degli Studi di Milano . L’argomento era l’infiltrazione mafiose nel nostro territorio.

L’Osservatorio ha da poco pubblicato il primo report sulla criminalità organizzata e infiltrazione mafiosa nel Nord Italia. Consiglio di leggere il focus su Emilia Romagna e Reggio Emilia. Riporto qui di seguito alcuni estratti sul focus legato alla nostra Provincia, consiglio di vedere anche le ricerche di Enzo Ciconte consultabili e scaricabili sul sito www.reggioemiliacontrolemafie.it

Dalla ricerca:

Reggio Emilia insieme a Modena rappresenta la provincia con la più alta densità mafiosa, in cui si riscontrano singolari atti intimidatori e sospetti rapporti tra crimine organizzato e politica locale. E’ una mafia silente che opera in trasferta è si rivolge alle aziende dei propri compaesani ma non solo, da una indagine di SOS Impresa emerge che l’ 8,6% dei commercianti emiliano romagnoli è sottoposta alla pratica estorsiva del “pizzo”.

La provincia di Reggio Emilia costituisce l’epicentro della ‘ndrangheta nella regione,
in particolare nel capoluogo, ove l’organizzazione criminale calabrese ha creato negli anni una vera e propria enclave. La ‘ndrangheta cutrese rappresenta la principale presenza criminale sul territorio, a cui si affiancano i Dragone, i Nicoscia e gli Arena originari di Isola di Capo Rizzuto. Negli anni si è assistito ad un vero e proprio processo di spopolamento della cittadina del crotonese a dispetto di una crescita di cutresi trasferitisi nel reggiano.
Alla presenza della ‘ndrangheta dei Grande Aracri si affiancano numerose ‘ndrine provenienti da diverse aree della Calabria e attive sul territorio provinciale: i Farao-Marincola di Cirò Marina (KR), i Martino e i Mattace originari di Cutro (KR), i Barbaro di Platì (RC), i Nirta-Strangio di San Luca (RC), i Mancuso di Vibo Valentia (VV), i Bellocco di Rosarno (RC), i Gallo di Gioia Tauro (RC), i Muto di Cetraro (CS). Reggio Emilia rappresenta una realtà davvero peculiare, dato anche che le vicissitudini della cosca Grande Aracri in Calabria vi hanno comportato violenti effetti, producendo fatti di sangue in sé estranei al tipico modus operandi della criminalità calabrese nella regione.

Infine si riscontra sul territorio la presenza di clan riconducibili alla camorra: in particolare i casalesi e il clan Belforte originario di Marcianise (CE).

Emerge un quadro critico nella Provincia, delineato dai seguenti indicatori di presenza mafiosa.

  • Esclusione dalla “white list” di diverse societa legate alla ‘ndrangheta nell’ambito della ricostruzione seguita al terremoto che ha colpito la Provincia nel 2012;
  •  Assenza di beni confiscati alle organizzazioni criminali di stampo mafioso sino al 2012, dato in controtendenza rispetto all’alto grado di infiltrazione della ‘ndrangheta nella Provincia;
  •  Numerosi sequestri preventivi e provvedimenti di ritiro del porto d’armi nei confronti di soggetti legati al crimine organizzato nel corso del 2013. Nell’agosto dello stesso anno il Tribunale di Reggio Emilia ha proceduto a un sequestro patrimoniale nei confronti di Francesco Grande Aracri (residente nel comune di Brescello-RE), che ha portato alla confisca di depositi bancari, due societa attive nel settore dell’edilizia, sei case, nove negozi, due autovetture e un terreno rurale;
  •  Un maxi-sequestro patrimoniale avviato il 9 aprile 2014 nei confronti della famiglia Pugliese, riconducibile alla cosca Arena-Nicoscia, per un valore di 13 milioni di euro, seguito all’arresto di tredici soggetti affiliati alle famiglie originarie di Isola di Capo Rizzuto (il sequestro e i provvedimenti di ordinanza di custodia cautelare hanno riguardato le province di Modena e Bologna, oltre a quella reggiana)270;
  •  Numerose inchieste nei confronti di soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta (l’operazione Vortice 2 del 2009 ha visto coinvolti esponenti della famiglia ‘ndranghetista Mancuso di Limbadi) e numerosi arresti nei confronti di soggetti legati alla ‘ndrangheta cutrese;
  •  Una condanna definitiva da parte del tribunale di Reggio Emilia per il reato ex 416 bis nei confronti di tre esponenti della famiglia Grande Aracri, relativa a fatti risalenti all’anno 2002 nell’ambito dell’operazione Edilpiovra (2003);
  • La presenza di numerosi episodi di sangue negli anni ’90 nella provincia reggiana ad opera della ‘ndrangheta, stretta in sodalizio con un criminale locale, Paolo Bellini (allora latitante con trascorsi nell’estrema destra), il quale era diventato il killer di uno spezzone della cosca crotonese operante a Reggio Emilia e nei comuni limitrofi. Sono gli anni in cui a Reggio Emilia si consuma una vera e propria guerra tra faide che vede contrapporsi la famiglia Dragone a quella dei Vasapollo e che miete numerose vittime: Nicola Vasapollo, esponente dell’omonima cosca, viene assassinato nel 1992 da membri dell’opposto clan dei Dragone; Giuseppe Ruggiero, agli arresti domiciliari a Brescello, viene assassinato il 22 ottobre 1992 da esponenti di ‘ndrangheta mascherati da carabinieri giunti dalla Calabria nel comune reggiano a bordo di un’automobile camuffata con i colori dell’Arma. Per entrambi gli omicidi vengono condannati Raffaele Dragone e Domenico Lucente della cosca cutrese dei Dragone attiva negli anni ’90. Negli anni successivi vi sono in provincia nuovi gravi episodi di sangue a Reggio Emilia: nel 1999 viene trovato morto Oscar Truzzi, ucciso per errore da Paolo Bellini che lo scambia per il boss Giuseppe Grande Sarcone; nello stesso anno avviene il tentato omicidio ai danni di Antonio Valerio, pregiudicato calabrese arrestato di recente (2013) per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e omicidio aggravato.
  • Ripetuti atti intimidatori nei diversi comuni della Provincia: avvertimenti a colpi di arma da fuoco, attentati dinamitardi, nonche numerosi attentati incendiari. In data 11 novembre 2010 a Coviolo, frazione di Reggio Emilia, l’imprenditore edile cutrese Vito Lombardo è vittima di un agguato da parte di esponenti di ‘ndrangheta appartenenti alla cosca Arena di Isola di Capo Rizzuto;
  • Il ferimento a colpi di arma da fuoco del muratore originario di Cutro Roberto Turra avvenuto nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2013, legato alla ‘ndrangheta attiva sul territorio reggiano
  • Minacce nei confronti del Prefetto di Reggio Emilia Antonella De Miro risalenti al marzo 2012 (le viene recapitata una busta contenete proiettili);
  • Riscontrati rapporti tra esponenti della criminalità organizzata e politici locali. Inoltre, a sottolineare l’importanza ormai giocata localmente dalla comunità cutrese (e ovviamente, di fatto, dai rapporti gerarchici che la caratterizzano), va osservato che candidati di differenti schieramenti politici alle elezioni comunali di Reggio Emilia si sono recati a Cutro durante la campagna elettorale con lo scopo di raccogliere consensi tra la comunità crotonese. A ciò si aggiunge un altro episodio emblematico, ovvero una cena tenutasi nel settembre 2012 nel comune di Reggiolo, che ha visto tra i partecipanti imprenditori calabresi ritenuti vicini alla ‘ndrangheta, nonchè politici locali (tra cui Giuseppe Pagliani, capogruppo Pdl; Rocco Gualtieri, consigliere Pdl a Reggio Emilia). Una “riunione politica” che avrebbe avuto quale oggetto di discussione l’eccessivo attivismo del Prefetto di Reggio Emilia e le numerose misure interdittive a scapito degli stessi commensali presenti (Pagliani è un consigliere comunale eletto con Forza Italia ora).

Gran parte dell’opinione pubblica è incline a pensare che il trasferimento dei clan al nord sia guidato dalle opportunità di impiego dei capitali di provenienza illecita nella Borsa e nella finanza, in realtà la diffusione del fenomeno mafioso avviene soprattutto attraverso il fittissimo reticolo dei comuni di dimensioni minori, che vanno considerati nel loro insieme come il vero patrimonio attuale dei gruppi e degli interessi mafiosi. I piccoli comuni sono più facilmente controllabili, si trovano nella situazione di isolamento prediletta dai clan anche nella madrepatria, si sottraggono ai movimenti di opinione che possono comunque formarsi in quelli che finiscono per essere oggi grandi agglomerati metropolitani. Consentono avanzate più invisibili e impunite, e vi si produce più velocemente una condizione di assuefazione e di omertà ambientale.

——–

L’origine della compagine n’dranghetista sul territorio emiliano risale al 1982, anno in cui Antonio Dragone -bidello delle scuole elementari di Cutro, nonché capo-bastone dell’omonima locale- fu mandato al soggiorno obbligato nel piccolo comune reggiano di Montecavolo di Quattro Castella.

Sono passati oltre 30 anni, un sistema come quello emiliano non aveva anticorpi proprio perché non poteva neanche immaginare la presenza di fenomeni mafiosi nel proprio territorio. Da qualche anno il fenomeno è stato riconosciuto e le amministrazioni e la società civile è attenta sul tema (grazie Libera e Cortocircuito).

Ci vuole un chiaro messaggio nel riconoscere, isolare e contrastare il fenomeno mafioso da parte della politica. Gesti di ingenuità come quelli accaduti a Brescello non devono più capitare, i mafiosi condannati in via definitiva non fanno parte della comunità, non si stringe la mano a queste persone. Per questo serve assolutamente una formazione a tutta la classe politica nel riconoscere questi fenomeni, le amministrazioni e i partiti potrebbero ospitare i corsi di conoscenza del fenomeno mafioso di Avviso Pubblico contro le Mafie.
Avere gli anticorpi formati serve anche a non considerare il cittadino originario dalla Calabria o dal Meridione un portatore di mafia a prescindere, non è così. Questa estate sono andato a Cutro, c’è del coraggio nei giovani.
La poi politica deve rifiutare il voto clientelare e di candidare persone che hanno avuto rapporti non chiari con mafiosi.  Applicare le procedure antimafia alla lettera e vigilare su appalti e commesse. Naturalmente i collusi vanno puniti e chi ha fatto errori non va ricandidato. Questo la politica può farlo da subito.

PDF-Logo Primo rapporto trimestrale sulla mafie nelle aree settentrionali 

Se volete ampliare il tema legato alla mafia a Reggio Emilia 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *