La disoccupazione, secondo i dati Istat, riguarda in Italia il 10,7% delle persone, in particolare il 35,3% dei giovani e quasi il 12% delle donne. Tassi che a Reggio Emilia scendono, come disoccupati complessivi, al 4,8%. Per quanto riguarda le donne al 5,8% e i giovani al 17,6%. Nella nostra provincia, a settembre 2013, gli iscritti ai Centri per l’impiego risultavano più di 29 mila. Circa 13 mila i cassaintegrati  a ottobre 2013.
Questi dati ci fanno capire come il modello reggiano comunque resista rispetto al panorama nazionale ma anche come ci sia assolutamente da ripensare gli strumenti di ingresso e ricerca del lavoro, soprattutto per i giovani, che per scelta o non conoscenza sfuggono alla rete dei Centri per l’impiego.

Il WorkCoffee è un luogo dove i cittadini possono trovare, insieme ai servizi tipici di un bar di qualità (prodotti a km zero e biologici, wireless gratuito, buona musica), persone qualificate che li aiutano nella ricerca attiva di un’occupazione, dalla consultazione di annunci, all’elaborazione del curriculum fino agli incontri con le aziende. Detto in altro modo, un’agenzia per il lavoro, non interinale, in forma di bar. Questo servizio è attivo da anni a Bergamo, Tolmezzo (UD) e Piacenza.

Il Comune di Reggio Emilia, con un investimento peraltro minimo, potrebbe riprendere e sperimentare il modello del work coffe nei propri locali frequentati dal target giovane (es: Catomes Tot o Gabella). Si riesce meglio ad intercettare e seguire gli under 30, i miei coetanei possono così cercare lavoro in un ambiente più stimolante che diventa anche luogo di incontro e crea sinergia con la struttura ospitante.

Il work coffee di Bergamo.

Il work coffee di Bergamo.

“La pratica dello sport è un diritto dell’uomo. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play.” Questo dice la Carta Olimpica ma non vale alle Olimpiadi invernali di Soči, in Russia.

Nel giugno 2013 la Duma ha approvato, con un solo voto astenuto, una legge che proibisce la distribuzione di materiale propagandistico a sfondo gay, rivolto ai giovani, in tutto il paese. Da anni prosegue nei confronti delle comunità LGBT una discriminazione continua, persone omosessuali vengono attaccate in spazi pubblici, sequestrate, picchiate, molestate, minacciate e violentate psicologicamente ogni giorno.
Consiglio la vedere questo reportage di Human Rights e di leggere il rapporto annuale 2013 di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani in Russia.

Il Canadian institute of diversity and inclusion ha prodotto un video per denunciare, con ironia, le discriminazioni contro i gay alle Olimpiadi invernali di Soči, in Russia.
Perché in fondo “i giochi sono sempre stati un po’ gay”.

 

 

A Reggio Emilia nel 1993 il PDS aveva 171 sezioni e 30.000 iscritti, nel 2003 i DS avevano 149 unità di base e 20.000 iscritti, nel 2013 il PD ha 55 circoli e 9000 iscritti.

Non saremo più un partito di massa “come una volta”, è inevitabile perché sono cambiati i metodi di approccio alla politica e alla vita associativa. Chiudersi nel conservatorismo e nel ricordo dei bei tempi non è per nulla produttivo. Non diventeremo mai un partito liquido o elettorale, è fuori dal nostro DNA. Saremo un ottimo partito di territorio se rivediamo e snelliamo la complessa burocrazia e la marchiante autoreferenzialità esistente ancora oggi al nostro interno. Se non togliamo le resistenze tutte interne e ci mettiamo in discussione, cambiando persone e modi, rimarremo una ex macchina di tradizione PCI con il correntismo DC e non mi sembra una gran cosa.

Ora il Partito Democratico è un ibrido, a metà tra un partito di massa frutto della tradizione PCI-PDS e un qualcosa di non ben definito. E’ innegabile che una svolta è necessaria pena l’estinguersi del Partito stesso. Oltre il 50% dei nostri tesserati sono over 65. Non dobbiamo intendere l’organizzazione come un costo ma come una risorsa, dobbiamo rivedere la nostra struttura interna semplificandola, rendendola veramente utile e in condizione di agire. Gli apparati burocratici classici sono un freno all’innovazione. Più che costruire apparati pervasivi dovremmo realizzare strutture leggere e intermittenti. Questo, però, non vuol dire che questo tipo di partito sia del tutto disinteressato agli iscritti. Spendiamo il tempo per offrire opportunità di partecipazione interna più democratiche (primarie, referendum, assemblee aperte, processi partecipati). Semmai dovremmo essere meno interessati ai “militanti attivi in modo sbagliato”, quelli cioè che creano i famosi centri di potere che inquinano e fermano l’azione collettiva o che sfruttano il partito per i propri desideri personali.

Guardiamoci attorno e siamo realisti, non siamo più un partito di massa e non torneremo mai più a essere il PCI, sarebbe antistorico e controproducente. Ma non accetteremo mai di diventare un partito liquido utile solo per le competizioni elettorali. Ci vorrà del tempo ma serve un partito rinnovato, saldamente radicato nel territorio, animato da partecipazione e dal volontariato, e non solo strumento di selezione degli incarichi pubblici ma anche sfidante del pubblico attraverso l’elaborazione.

Le associazioni di persone sono legate a scopi materiali o a finalità ideali a breve o medio termine, mentre le comunità sono legati a sentimenti e a quei valori che durano nel tempo e nelle generazioni, producendo appartenenza a una collettività. Per stare bene e vincere ci serve un partito comunità il meno autoreferenziale possibile.

Ieri notte ho riletto il libro di Fabrizio Barca “La Traversata”.
E’ uno di quei libri che non si legge come un romanzo ma come un testo universitario, tornando su dei punti più volte. Ho finalmente compreso il concetto del catoblepismo, è il circolo vizioso che autoalimenta partiti,Stato,poteri forti in un turbinio di sprechi e immobilismo. Più importante ho compreso i tre pilastri del suo pensiero per il Partito Democratico: un’identità di sinistra, una infrastruttura cognitiva e una buona organizzazione.

Un’identità di sinistra per attrarre interesse, giustificare un faticoso impegno e disegnare una visione condivisa dell’Italia che vorremmo. Una infrastruttura cognitiva: un sistema di circolazione e accumulo di conoscenze all’interno e all’esterno, al vertice e nei territori, in orizzontale e in verticale (fra alto e basso, nei due sensi). Un’organizzazione che governi e faccia funzionare questa infrastruttura: nell’alimentazione (moderna) di risorse umane e finanziarie, nei meccanismi incentivanti e di garanzia dei comportamenti, nei diritti-doveri degli iscritti e partecipanti, nella separazione rigida dallo Stato. Questi tre fronti vanno aperti tenendo in considerazione le esperienze degli altri partiti socialdemocratici e di sinistra europei e tornando a stabilire uno stretto collegamento con questi.

Sto lavorando per portare Fabrizio Barca a Reggio Emilia per una cena-incontro pubblica, incontro anticipato da una riunione dedicata con i segretari dei circoli PD della provincia. A presto news.

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Un contributo dell’amico e compagno Stefano Morselli, giornalista de l’Unità.

Nel 1953 la maggioranza parlamentare imperniata sulla Dc approvò una legge elettorale che passò alla storia come “legge truffa”. Assegnava un premio di maggioranza del 15% alla coalizione che avesse ottenuto il 50% più uno dei voti. Avete letto bene: il 50% più uno dei voti, Cioè la maggioranza assoluta.

Roba che, a proporla oggi, sembrerebbe una stravagante esagerazione in senso opposto. Altro che legge truffa: ci si attirerebbe l’accusa di ostacolare le magnifiche sorti e progressive del bipolarismo, l’efficienza delle istituzioni, la certezza del governo e bla, bla, bla. Oggi, infatti, la legge elettorale Renzi-Berlusconi ci racconta che, per avere il premio di maggioranza del 16% , basta e avanza il 37%. Talchè – ha argutamente osservato qualcuno – si dovrebbe più appropriatamente parlare di premio di minoranza. E va già di lusso che è stata leggermente ritoccato la precedente “profonda sintonia” sulla proposta del 35%.

Contro la “legge truffa” la sinistra (Pci e Psi) condusse all’epoca un’aspra battaglia. Dapprima persa, perché la legge fu approvata, ma poi vinta, perché alle elezioni del 1953 la maggioranza ottenne “solo” il 49,8% e il premio non scattò. E l’anno successivo, quella legge fu abrogata. Oggi anche il segretario del PD conduce un’aspra battaglia, però a favore di una legge al cui confronto la “truffa” buonanima appare un eccesso di democrazia.

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