Sì ai programmi, no agli accordi segreti

Ho chiesto alla direzione del mio partito, dov’è la politica? Come un accordo segreto basato sulle persone senza un punto politico per il territorio e la comunità, non aperto e condiviso nelle assemblee tra gli iscritti può essere motore di buona politica e coinvolgimento verso l’esterno?
Nei Democratici di Sinistra e poi nel Partito Democratico mi hanno insegnato che si fa politica in questo ordine:
 
  • parti da delle idee di visione della società e del territorio,
  • scrivi in maniera collegiale un programma,
  • raccogli delle firme per supportarlo e presentalo pubblicamente nelle assemblee del PD e ai cittadini,
  • solo alla fine trova tra il gruppo, il candidato e la squadra migliore per portare avanti quelle idee.
A Reggio Emilia due correnti con varie riunioni segrete hanno fatto il contrario, per equilibri e per questioni di potere e posti tra partito e amministrazioni hanno deciso i nomi per il prossimo congresso di Ottobre 2017 senza proporre nessuna idea e proposta per il PD e il territorio. Sono partiti per interessi politici propri dalla fine della catena.
 
Siamo al potere per il potere, ho dedicato un intero capitolo a questo tema e a quello delle correnti nel libro, la peggiore degenerazione per la politica, vi riporto due pezzi che centrano la questione:
“Le organizzazioni, crescendo dal punto di vista dimensionale, tendono ad articolarsi in sottounità organizzative, sviluppando politiche e procedure formali che possono dar luogo a “lobby locali” territoriali o funzionali. Ogni lobby locale tende a proteggere il proprio spazio d’azione, considerando la propria unità organizzativa come baricentro del più ampio sistema organizzativo. Ciò può condurre a fenomeni di bassa integrazioni, fallimento nel coordinamento organizzativo, spreco di risorse, difficoltà nell’unitarietà d’azione organizzativa. La dipendenza dalle competenze tradizionali è uno dei problemi che le organizzazioni devono affrontare e riguarda il fatto che per poter cambiare devono basarsi su ciò che sanno, sulle loro competenze chiave. Ma è proprio questo che rende difficile il cambiamento. Ciò riconduce al tema delle capacità distintive di un’organizzazione: queste sono alla base dello sviluppo di un partito e costituiscono una fonte di vantaggio competitivo; si sviluppano nell’area funzionale principale, nell’attività su cui il partito si fonda, ma possono costituire un aspetto disfunzionale che impedisce l’innovazione e può generare svantaggio competitivo. I leader e i dirigenti si trovano di fronte a un paradosso; le core capabilities, le capacità distintive, possono trasformarsi in core rigidities, nelle rigidità principali.”
 
e ancora
 
“L’atteggiamento di rifiuto è l’incapacità di un’organizzazione di accettare la realtà, mettendo in campo meccanismi di difesa che portano a negare fatti seppur evidenti. Questo atteggiamento si manifesta quando un’organizzazione inizia a costruire una mitologia attorno alla propria grandezza e ai successi ottenuti, dimenticando (o negando) di quelli conseguiti non per propri meriti ma anche grazie alla sorte. Né può essere un esempio l’accorgersi di avere un problema e non cercare di risolverlo: in questi casi la conoscenza del problema esiste, ma si sceglie di non affrontarlo per fattori di “persistenza dell’errore”, di sottovalutazione esplicita, di disapprendimento. Tra le cause dell’atteggiamento (Sheth, 2007), la negazione del cambiamento nei gusti dei consumatori, il rifiuto del nuovo ambiente globale. L’arroganza si manifesta con l’incapacità di ascolto, l’ostentazione del successo, la ricerca dell’approvazione. I successi precedenti non garantiscono dunque quelli futuri, in particolare in ambienti ipercompetitivi. Miller (1992) definisce questa situazione “paradosso di Icaro”, evidenziando come le vittorie conseguite da un’organizzazione e i suoi punti di forza possano condurre i decisori a eccessi che ne causano la caduta. L’arroganza organizzativa rende miopi e sordi i decisori, favorendo la sopravvalutazione delle proprie risorse e la sottovalutazione di quelle avversarie: fattore molto rischioso in situazioni incerte e con informazioni imprecise.”

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